112 — maggio 2026

19. Maggio 2026 IN HOC SIGNO 0

Cari amici,

nell’ambito della “Iniziativa San Maurelio” di Alleanza Cattolica in Ferrara lo scorso 20 aprile si è svolto un incontro nel quale il prof. Leonardo Gallotta ha rievocato, a cento anni da quegli avvenimenti, l’inizio della Cristiáda e il martirio del giovane cattolico messicano José Sanchez del Rio, canonizzato da papa Francesco il 16 ottobre 2016. Vi proponiamo, con questo numero di IN HOC SIGNO, l’intervento del prof. Gallotta, riveduto dall’autore per questa rubrica.

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José Sanchez del Rio e l’inizio della Cristiáda in Messico cento anni fa

di Leonardo Gallotta

 

Nel 2026 ricorre il centesimo anniversario dell’inizio della guerra messicana dei Cristeros, sorta contro il governo federale del paese latino-americano che aveva cominciato una durissima e feroce repressione nei confronti della Chiesa, dei cattolici, delle loro associazioni e delle loro opere.

Cercherò dunque di delineare un quadro storico relativo a questa guerra secondo un punto di vista particolare, quella di un piccolo paese messicano, Sahuayo, nello Stato del Mochoacán, che è il paese in cui nacque José Sanchez del Rio, il ragazzo messicano martire cristero, proclamato beato da papa Benedetto XVI nel 2005 e santo da papa Francesco nel 2016. Decimo anniversario, quindi,  della sua elevazione all’onore degli altari, anch’essa da celebrare in questo anno 2026.

Sahuayo contava, quando vi nacque José nel 1913, circa diecimila abitanti. La vita religiosa ruotava intorno a tre chiese, la parrocchiale dedicata a Santiago, la seconda alla Vergine di Guadalupe e infine il Santuario del Sacro Cuore. Tale vita era particolarmente ricca di fervore, suscitata da numerosi preti operanti nel piccolo paese che giunsero fino al numero di venticinque. 

Teniamo ora presente che a un anno dalla nascita di san José furono emanate leggi persecutorie contro la Chiesa, tra cui il divieto di pronunciare omelìe e fare prediche, di sollecitare elemosine, di celebrare messe per i defunti. Consentite solo due messe domenicali , ma con divieto di suonare le campane per fare affluire la gente e divieto di praticare la confessione sia all’interno che all’esterno delle chiese. Obbligo per il sacerdote di vestire in borghese fuori dalla chiesa.

La genesi della guerra cristera risale comunque alla Costituzione federale di Querétaro del 1917, laica e socialisteggiante, redatta da uomini in maggioranza massoni e, nella loro totalità, “giacobini” anticlericali. Fu tuttavia con l’elezione, nel 1924, del presidente della Repubblica federale messicana Plutarco Elias Calles  che si raggiunse il culmine della persecuzione alla Chiesa Cattolica.

Ecco, in sintesi i punti della legge Calles:

  • È vietato celebrare atti di culto pubblico fuori del tempio.
  • Tutta l’istruzione deve essere laica e i sacerdoti non possono dirigere scuole.
  • Tutte le comunità religiose sono sciolte.
  • È vietato vestire l’abito clericale.
  • La libertà della stampa religiosa è soppressa.
  • Tutte le chiese sono proprietà della Nazione.
  • Tutte le case di vescovi, preti, scuole, seminari, conventi, diventano proprietà della Nazione.
  • I sacerdoti che desiderano esercitare il ministero del culto devono registrarsi per ottenere l’autorizzazione da parte delle autorità degli Stati che determinano il numero massimo di sacerdoti presenti nel loro territorio.

A fronte di tutti questi provvedimenti liberticidi voluti da forze laico-massoniche e socialiste, fu fondata da parte di diverse associazioni cattoliche la Lega Nazionale per la Difesa della libertà religiosa. Si pensi che nel corso del 1926 furono chiusi 93 conventi e scuole nel solo Distretto federale, 28 nel Michoacàn, lo Stato del paese di san José, e 76 nel complesso degli altri Stati.

Il 31 luglio 1926 fu il giorno in cui il Santissimo fu ritirato da tutti i tabernacoli delle chiese e si scatenò l’aggressione governativa. A Sahuayo alcuni fedeli armati il 4 agosto si misero a difendere le chiese, ma andò a finir male per loro e per le loro famiglie. Arrivò poi a Sahuayo il generale Mendoza Barragàn che prese il controllo del paese e sbarrò definitivamente le porte delle chiese che furono convertite in stalle e in luoghi di gozzoviglia della soldataglia. Infine organizzò una retata di potenziali ribelli. 

Il capo della Lega cattolica, José Sanchez Ramirez fu preso e fatto immediatamente fucilare. I nobili del paese lasciarono Sahuayo per altre località. Tuttavia nel paese il fratello del capo della Lega, Ignacio, organizzò un gruppo di cristeros locali e ne divenne il capo. Parecchi giovani si arruolarono nella sua formazione. Tra coloro che vissero questo clima di repressione violenta con fucilazioni, impiccagioni o decapitazioni, vi fu un bambino quasi adolescente: José Sanchez del Rio.

La Lega Nazionale cattolica era nata nel 1925 e nel mese di settembre 1926 a Sahuayo più di 2500 persone avevano dato la firma di adesione. La nomina a generale di  Ignacio Sanchez Ramirez, già ricordato, gli fu comunicata da Enrique Gorostieta Velarde, dal 1927 comandante supremo dell’esercito cristero.

Il papa, Pio XI, dopo lo scoppio del conflitto, aveva pubblicato il 18 novembre 1926 un’enciclica, la Iniquis afflittisque in cui denunciava che in Messico era in atto un’aperta persecuzione religiosa. José fu tra i primi a presentarsi per diventare cristero, ma inizialmente, soprattutto a causa della giovanissima età, non fu ammesso. Il ragazzino era disgustato dal fatto che la vita religiosa di Sahuayo dovesse svolgersi nella clandestinità. Molti vescovi, tra l’altro, erano stati esiliati. Con insistenza José chiedeva di diventare cristero e alla fine i genitori glielo concessero, sebbene a malincuore.

Lui e l’amico José Trinidad detto “Trino”, partiti con due cavalli, arrivarono al più vicino accampamento cristero e dopo due posti di blocco per verificare che non fossero spie, furono ammessi come mochileros cioè vivandieri per i soldati; davano tuttavia anche da mangiare ai cavalli, ingrassavano e pulivano le armi e preparavano le cartucciere. San José aveva l’ordine di fare da vedetta e imparò pure a suonare la cornetta. Il comandante, generale Luis Guizar Morfìn,  gli affidò la bandiera del reparto, così che in battaglia sarebbe stato sempre al suo fianco e non in prima linea. Come trombettiere partecipò a diversi combattimenti e scontri. I Cristeros erano allora dominatori del campo perché, al contrario dei federali, applicavano la tattica della guerriglia  conoscendo peraltro a menadito i luoghi dei combattimenti e delle ritirate.

Il 6 febbraio 1928 vi fu uno scontro con i federali che, superiori di numero, stavano avendo la meglio. Il generale ordinò allora  la ritirata, ma il suo cavallo fu colpito a morte. Tutti fuggirono e  José offrì il suo cavallo al generale che accettò sia pure a malincuore. Sul campo era rimasto il ragazzo assieme ad un coetaneo di nome Lorenzo ed entrambi furono circondati dai federali. Dopo una notte di prigionia, furono portati a Sahuayo e rinchiusi nel battistero della chiesa parrocchiale che era diventata qualcosa di penoso: escrementi di cavalli, avanzi di cibo, odore di polvere da sparo e di latrina.

Genitori e parenti speravano in Rafael Picazo che era anche padrino di José. Deputato al Congresso dell’Unione era pure stato nominato cacique, cioè capo o sovrintendente regionale. Dal momento della nomina prevalse in Picazo l’impegno politico così che si diede ad affiancare attivamente il governo nella persecuzione della Chiesa. A Sahuayo in breve tempo si trovò a disporre di un enorme potere politico. Il padre di José perorò la causa di suo figlio e Picazo in cambio della sua libertà chiese 5000 pesos d’oro. Nel primo colloquio con il suo padrino José rifiutò le proposte di andare all’estero o di essere inviato alla Scuola Militare dell’esercito messicano.

Nella chiesa dove si trovava prigioniero, trasformata in  stalla, c’erano anche due galli e José, sdegnato per lo stato della sua chiesa , tirò loro il collo. Si trattava di due galli da combattimento di proprietà di Picazo. Il giorno dopo, avvisato della cosa, arrivò Picazo furioso e fuori di sé, rimproverò aspramente il ragazzo e lo strattonò con forza, al che José gli disse che la casa di Dio non era una pollaio, aumentando così la rabbia di Picazo.

L’amico Lorenzo fu impiccato e, ritenuto ormai morto, fu portato al camposanto dove il becchino si rese conto che in realtà il ragazzo era ancora vivo. Alla sera, dopo avergli dato da bere, lo rianimò. Lorenzo fuggì durante la notte e giunse al campo cristero dove lo soprannominarono Lazzaro. Picazo intanto aveva stabilito il giorno dell’esecuzione di José. Nessun riscatto ormai poteva bastare a placare la sua ira e disse testualmente che avrebbe sacrificato José in barba  a suo padre “con o senza soldi”. Alle 8 di sera la zia Magdalena gli portò la comunione. L’esecuzione doveva avvenire, per ordine di Picazo, di notte e senza spari.

I suoi carcerieri sottoposero José a tortura: gli tagliuzzarono con un coltello le piante dei piedi , poi lo picchiarono brutalmente. José gridava: “Viva Cristo Re!”. Quindi lo costrinsero a camminare a piedi nudi fino a raggiungere il cimitero lontano circa un chilometro. Percorse così ben dieci isolati. Il malumore dei carnefici si esprimeva in ingiurie, in scherno delle cose di Dio e in lodi al governo federale. Con crudeltà brutale per l’ennesima volta tentarono di fargli rinnegare la sua scelta, ma tutto fu vano: ogni volta José gridava “Viva Cristo Re!”. Raggiunsero così il cimitero comunale. E lì, come un agnello mansueto, José fu martirizzato. Il capo dei carnefici, “El Zamorano”, diede l’ordine allora di pugnalarlo, secondo le precise indicazioni di Picazo, per evitare che si udissero gli spari. Fu pugnalato al petto, al collo, alla schiena. A ogni pugnalata gridava: “Viva Cristo Re!”. Ma le sue urla a poco a poco andavano spegnendosi. Luis Gomez, il becchino, era colpito da tanta inutile crudeltà. Vide il capo degli assassini estrarre la pistola e far fuoco a bruciapelo dietro l’orecchio destro del ragazzo. Finiva così la vita terrena di José Sanchez del Rio.

Se questa fu la sua fine, come andò invece a finire la guerra cristera, la Cristiada? Nel marzo del 1929 due generali dell’esercito federale, Manzo ed Escobar, passarono dalla parte dei Cristeros portando con sé divisioni e guarnigioni per circa 20.000 uomini. Nella primavera del ’29 la situazione si rese allora difficile per il governo. La grande offensiva dei Cristeros, durante la quale morì il comandante in capo Gorostieta, sembrò tuttavia arrestarsi, anche per la mancanza di munizioni. Ma nella battaglia di Tepatitlan i Cristeros, comandati da un sacerdote, padre Reyes Vega, ribaltarono la situazione strategica e conseguirono una clamorosa vittoria. Il trionfo dei Cristeros che con l’apporto delle truppe dei due generali Manzo ed Escobar erano ormai circa 50.000, sembrava a portata di mano, ma così non fu e non fu perché fu ordita a loro danno la trappola degli “arreglos”, cioè gli accordi.

Il presidente del Messico era diventato l’avvocato Portés Gil, proprio colui che in occasione di un’agape massonica aveva dichiarato che in Messico lo Stato e la massoneria negli ultimi anni erano stati una cosa sola. Portés Gil aveva peraltro alle spalle come ispiratore Calles e come appoggio il gruppo finanziario americano Morgan. Ma per giungere agli “arreglos” subentrarono altri due personaggi: l’ambasciatore statunitense Dwigh Morrow e padre John Burke, segretario del Comitato Permanente dei Vescovi USA. Nel giugno vi fu un vertice risolutivo convocato da Morrow per la pacificazione tra le parti che fece pagare al Messico un “conto salato”, cioè la modifica della Costituzione che consentiva la cessione per 99 anni del sottosuolo messicano a favore delle compagnie petrolifere americane, nonché l’apertura di una filiale del Banco di New York a Città del Messico. Gli accordi purtroppo si rivelarono soltanto fallaci promesse, così che  furono ingannati i Vescovi messicani ed anche la Santa Sede. Certo fu ripristinata la libertà di culto, le chiese riaprirono e le campane tornarono a suonare, ma la Costituzione di Querétaro rimase in vigore in tutti i suoi articoli. Il compromesso, tuttavia,  fu raggiunto lo stesso, ma  le garanzie di amnistia per i Cristeros  non furono rispettate ed essi, una volta deposte le armi, furono in gran numero arrestati e fucilati.

In una intervista che un settimanale italiano fece nel 1993 a Dolores Ortega, anziana sopravvissuta e già militante cristera della Brigata  Giovanna d’Arco ebbe a dire che i combattenti di Cristo Re deposero le armi perché lo comandava la Chiesa. Per fedeltà e per obbedienza, ma molto a malincuore perché non credevano alle promesse del governo. Era stata promessa la pace, ma la pace non venne. “Gli accordi non furono rispettati e, paradossalmente, morirono più Cristeros e uomini della Lega dopo gli accordi che durante gli anni di guerra. Dopo che i Cristeros deposero le armi, iniziò una feroce caccia all’uomo. I soldati entrarono nei villaggi, nelle case, nelle fattorie e li uccisero senza pietà”. 

Per concludere: è certamente comprensibile l’atteggiamento di chi cede per non perdere o per evitare ulteriori sofferenze, ma risulta decisamente incomprensibile l’atteggiamento di chi cede o fa cedere per non vincere.