55. Agosto 2021

16. Agosto 2021 IN HOC SIGNO 0

Cari amici,
al convegno «Giornata di Studi sulla Famiglia» tenutosi a Ferrara il 1° marzo 2003, oltre a Marco Invernizzi, la cui relazione è stata oggetto degli invii precedenti, hanno parlato anche il fondatore di Alleanza Cattolica Giovanni Cantoni, con un intervento di cui però non abbiamo il testo, e l’allora Arcivescovo di Ferrara-Comacchio S.E. mons. Carlo Caffarra.
Di quest’ultimo vi proponiamo — in questo numero di IN HOC SIGNO  — la relazione «L’istituzione familiare e il suo ruolo nella società umana».

* * *

S. E. mons. Carlo Caffarra
«L’istituzione familiare e il suo ruolo nella società umana»
Ferrara, 1 marzo 2003

 

È necessario che precisi subito la prospettiva del mio intervento conclusivo. Esso presuppone una certezza della coscienza della Chiesa cattolica, espressa nel modo seguente da Giovanni Paolo II: «È Lui [cioè Cristo] che ha affidato l’uomo alla Chiesa; l’ha affidato come “via” della sua missione e del suo ministero. Tra queste numerose strade, la famiglia è la prima e la più importante» [Lettera apostolica Gratissimum sane1,1-2,1 (2-2-94); Evangelium Vitae 14/159-160]. La Chiesa ha la consapevolezza che il compimento della sua missione, la salvezza della persona umana, coinvolge necessariamente anche la famiglia.

Non proponendomi né la dimostrazione né l’intelligenza teologica dell’assunto, mi faccio la seguente domanda: quali sono le principali sfide che oggi il coinvolgimento della famiglia nella missione della Chiesa pone alla Chiesa stessa? La mia riflessione conclusiva cercherà di rispondere a questa domanda.

Ancora una premessa, l’ultima. Nell’individuare le sfide non potrò non dare anche alcune indicazioni per raccoglierle e rispondervi, positivamente per quanto possibile.

1. La prima sfida, quella più seria, è costituita dall’erosione che la soggettività, intesa come categoria essenziale della modernità, ha compiuto dell’istituzione familiare. Questa erosione è ben descritta da PierPaolo Donati nel modo seguente: «Istituzionalizzare il rapporto circolare fra l’osservatore (della famiglia) e i soggetti osservati (che stanno in relazioni da loro stessi definite come familiari). Il che significa che l’osservatore che definisce la famiglia è lo stesso che la agisce. La definizione di famiglia viene lasciata ai soggetti che interpretano se stessi in quanto osservatori e la modificano secondo un senso soggettivo. […] Si suppone che non esista un punto di vista oggettivo, esterno, che possa spezzare il circolo ermeneutico e conferire una qualche oggettività all’osservazione di ciò che significa essere e fare famiglia» [in Identità e varietà dell’essere famiglia. Il fenomeno della “pluralizzazione”, San Paolo ed., Milano 2001, pag. 468]. Più brevemente: la definizione di famiglia è compito di chi fa famiglia. Se si prende questa strada, qualunque definizione di famiglia diventa aleatoria, contingente, improbabile, priva di senso oggettivo. Ovviamente nessuna società potrebbe ammettere una tale “aleatorietà” della definizione di famiglia. Prima dunque di essere una sfida per la Chiesa, quest’erosione del senso oggettivo dell’istituto familiare è una sfida per la società umana come tale.

Come raccoglie questa sfida la Chiesa? Essa deve darne un’interpretazione vera, in primo luogo. Vorrei ora esporvi brevemente un tentativo di interpretazione.

Parto da un testo della Costituzione pastorale Gaudium et spes: «L’intima comunità di vita e d’amore coniugale, fondata dal Creatore e strutturata con leggi proprie, è stabilita col patto coniugale… E così dall’atto umano col quale i coniugi mutuamente si danno e si ricevono, nasce anche davanti alla società, un istituto che ha stabilità per ordinamento divino…» [48,1; EV 1/1471].

La definizione di matrimonio/famiglia è una sintesi di “soggettività/oggettività”, in quanto l’espressione eminente della soggettività, l’auto-donazione fatta e ricevuta, costituisce una “intima comunità di vita e di amore” che ha in sé una sua propria verità od oggettività costituita da un atto divino. Questa sintesi è pienamente comprensibile in una comprensione dell’uomo secondo la quale “dipendere dalla verità” e “dipendere da sé” non si contrariano ma si richiamano inscindibilmente. Quando non si comprende più questa mutua inabitazione di verità e libertà, e pertanto non si vede più la relazione della libertà come autodipendenza dell’uomo con la dipendenza dell’uomo dalla verità, si pone la radice di ogni “erosione” dell’oggettivo: anzi, di ogni distruzione dell’uomo. Sono convinto che il più grande contributo dato dal Magistero di Giovanni Paolo II sia stato proprio su questo tema centrale della difesa della libertà-verità della persona umana.

Ritornando più esplicitamente al tema matrimoniale-famigliare, la mia interpretazione è la seguente. L’erosione che la soggettività ha compiuto nei confronti dell’istituzione famigliare, trova la sua origine nella antropologia e quindi accompagna, come sua ineludibile conseguenza, l’antropologia che presenta la libertà dell’uomo, anzi l’uomo stesso, come il potere di determinare la verità di se stessi, di costruire l’essenza dell’humanum e di ciò che lo esprime propriamente, come il matrimonio e la famiglia.

Come raccoglie questa sfida la Chiesa? È questo il problema pastorale fondamentale della Chiesa in Occidente: aiutare l’uomo a ritrovare se stesso, e quindi il matrimonio e la famiglie come «a Creatore condita suisque legibus instructa». È una via per altro ben nota ai grandi maestri del vivere cristiano [Agostino, Pascal, Teresa del Bambino Gesù]. È solo all’interno di veri rapporti educativi che questo ritrovamento dell’uomo da parte dell’uomo potrà accadere.

2. La seconda sfida che oggi il necessario coinvolgimento della famiglia nella missione della Chiesa pone alla Chiesa stessa, è costituita dalla sconnessione ormai perfettamente realizzata fra amore coniugale e genealogia della persona. Questa sconnessione ha trasferito il “generare umano” dall’ambito dell’agire all’ambito del fare: dalla “charitas” alla “techne“: caricando così tutto il generare umano, dall’inizio alla fine, di tutta la logica propria della tecnica. Non lasciamoci prendere più di quel tanto dai problemi bioetici specifici: la vera posta in gioco è lo sradicamento della genealogia della persona dalla biologia della generazione. Mi limito a due dimensioni di questo sradicamento. La prima è costituita dalla decisione di eliminare la “casualità” della procreazione, che sta occupando sempre di più la coscienza contemporanea. La “casualità” è quanto meno, per chiunque credente e non, il simbolo dell’indisponibilità dell’uomo da parte dell’uomo. Simbolo che una ragione fedele a se stessa fino in fondo, interpreta come il segno di un atto divino creativo che rende l’uomo responsabile di sé solo di fronte al suo creatore.

La seconda, implicata nella prima, è l’inevitabile condizionamento del figlio dal desiderio di chi lo vuole. Cioè: il figlio è bene sono se e solo quanto è desiderato e desiderabile. La non-desiderabilità di un figlio giustifica l’aborto; la sua desiderabilità giustifica la sua produzione.

Come può la Chiesa raccogliere questa sfida? È fuori dubbio che troverà maggiori alleati in questo ambito che in quello precedente. La sfida è assai grave, poiché dal modo con cui vi faremo fronte dipenderà in ampia misura anche la riformulazione di molti parametri grazie ai quali l’istituzione familiare si è definita, soprattutto a causa del progressivo indebolimento dei vincoli “di sangue”. Ai vincoli ascrittivi si stanno lentamente sostituendo quelli elettivi [cfr. R. Bodei, Destini personali. L’età della colonizzazione delle coscienze, ed. Feltrinelli, Milano 2002, soprattutto pag. 268-276].

Questa sfida si incrocia col problema, meglio coll’esigenza di integrare la razionalità tecnica dentro alla razionalità etica sia individuale sia politica: l’istituzione familiare dipenderà sempre più da questa integrazione.

3. La terza sfida che oggi il necessario coinvolgimento della famiglia nella missione della Chiesa pone alla Chiesa stessa è costituita dalla crisi educativa. I più recenti studi di sociologia hanno documentato, se mai ce ne fosse stato bisogno, che il più grave malessere delle nuove generazioni è il non “essere-generate”.

Non ho trovato descrizione migliore di questa sfida di quella fatta da Hanna Arendt nella sua opera Tra passato e futuro. Secondo uno dei suoi studiosi, nella visione della Arendt ci troviamo «oggi di fronte a una crisi della tradizione. Qualcosa è ormai irreparabilmente finito, si vive una sorta di interregno, tra passato e futuro. In questa situazione, la cosa peggiore che si potrebbe fare sarebbe arroccarsi in una difesa ideologica di ciò che non c’è più: dare risposte vecchie a domande nuove. In questo modo la crisi si trasformerebbe in catastrofe» [P. Terenzi, Per una sociologia del senso comune, ed. Rubettino, 2002, pag. 69].

Forse è questo l’aspetto più evidente oggi nella crisi dell’istituto familiare: un senso diffuso di abdicazione da parte di esso alla sua funzione educativa. Questa abdicazione coinvolge in maniera decisiva la Chiesa, perché viene a mancare l’inserimento della genealogia cristiana della persona dentro alla generazione umana della medesima. Il rischio permanente è che la proposta cristiana diventi sempre più accidentale al vivere umano.

Come può accogliere questa sfida la Chiesa? L’incapacità di generare è bene diagnosticata dalla riflessione della Arendt: generare significa trasmettere un senso generato dalla verità. Una Chiesa capace di testimoniare un senso del vivere, donato all’uomo e non prodotto dall’uomo, è capace di cogliere questa sfida.

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Ad maiorem Dei gloriam et socialem

Alleanza Cattolica in Ferrara


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