53. Giugno 2021

15. Giugno 2021 IN HOC SIGNO 0

Cari amici,

vi proponiamo in questo numero di IN HOC SIGNO la terza parte della relazione «La famiglia per la persona» svolta da Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica, al convegno «Giornata di Studi sulla Famiglia» tenutosi a Ferrara il 1° marzo 2003.

Il convegno, organizzato ben diciotto anni fa da Alleanza Cattolica in Ferrara con la presenza dell’allora Arcivescovo di Ferrara-Comacchio Cardinale Caffarra e del fondatore di Alleanza Cattolica Giovanni Cantoni, ha svolto temi ancora estremamente attuali in una società nella quale, come ha detto papa Francesco, «la famiglia è bastonata da tutte le parti».

 

«La famiglia per la persona»

Marco Invernizzi – Ferrara, 1 marzo 2003

Terza parte: Il laicismo contro la famiglia e la risposta del Magistero

 

a) Il laicismo contro la famiglia

Se la Riforma aveva come obiettivo principale della propria azione la Chiesa, la sua dottrina e in particolare il suo capo, il Pontefice, nei secoli successivi i problemi per la presenza della Chiesa vennero da un pensiero, a diverso titolo laicista, che aveva come obiettivo esplicito l’espulsione della religione dalla vita pubblica delle nazioni europee e che investì tanto i paesi cattolici quanto quelli diventati protestanti.

Cominciò il giusnaturalismo di Ugo Grozio (1583-1645), successivamente sistematizzato da Samuel Pufendorf (1632-1694), che ipotizzò l’esistenza di un diritto naturale anche se Dio non esistesse, un diritto fondato sull’uomo, che rompeva il rapporto di trascendenza sul quale si erano fino ad allora fondati i legami umani. 

Era una vera e propria incursione nel cuore del sistema di pensiero e di vita che aveva Dio come origine, dal quale tutto dipendeva. Attaccato il fondamento, le verità cristiane nei diversi ambiti dell’esistenza vennero successivamente, una dopo l’altra, contestate e rifiutate. Del matrimonio si cominciò a mettere in discussione l’indissolubilità, perché poteva offendere il diritto alla felicità dei coniugi qualora l’amore fra i due fosse scomparso, ma poi si procedette ben oltre, fino ad arrivare al rifiuto del matrimonio in quanto legame esageratamente impegnativo. Il divorzio divenne una conquista imprescindibile, la volontà dei coniugi l’unica legge del matrimonio. 

La Rivoluzione francese non fu soltanto l’occasione del cambiamento dell’istituto matrimoniale nella legge e nel costume, per esempio con l’introduzione del matrimonio civile in paesi a maggioranza cattolica, e poi anche del divorzio. Essa fu uno di quegli avvenimenti epocali che segnano la fine di una civiltà e l’inizio di un’altra fase della storia. Quest’ultima cambiò profondamente anche il modo di porsi dei cattolici di fronte ai problemi posti dal «mondo nuovo» nato dopo il 1789.

«Il problema che si poneva era in realtà arduo – ha scritto Ramon Garcìa de Haro –. Di fatto, già con la Riforma protestante e le guerre di religione, e successivamente con la diffusione delle idee del razionalismo illuministico, era crollata una situazione storica che per secoli aveva dominato l’occidente europeo: quella della cristianità, ossia delle società confessionalmente cattoliche dove Stato e Chiesa erano le due autorità da tutti riconosciute come supreme, eventualmente in conflitto su questioni singole ma in sostanziale accordo sui principi della vita umana e sociale. Per qualche secolo non si riuscirà a prendere coscienza della profondità del cambiamento avvenuto, e il residuo dell’idea medievale dei due poteri si riproporrà tramite i Concordati, regolanti i rapporti tra Stato e Chiesa, nuova formula adoperata per ricucire un accordo ormai fragile e dal fondamento incerto. Perché, in realtà, tutta la concezione dello Stato e dei suoi rapporti con la Chiesa era radicalmente cambiata, rendendo indispensabile una rifondazione adeguata dei loro rapporti, soprattutto dopo che – in alcuni Paesi d’Europa – lo Stato era tornato a perseguitare i cristiani in forme anche più dure di quanto non accadesse nei primi secoli della vita della Chiesa sotto l’Impero Romano».

 

b) La risposta del Magistero

Nel periodo successivo alla Rivoluzione francese, il Magistero continuò a ribadire alcune verità fondamentali circa il matrimonio, contestate dal pensiero moderno. In particolare, l’inseparabilità fra contratto e sacramento e quindi la competenza della Chiesa sul matrimonio fra battezzati, senza negare gli effetti civili delle nozze, e quindi la competenza dell’autorità temporale su questi effetti, ma affermando solennemente che «È dogma di fede che il matrimonio, il quale prima della venuta di Cristo non era che un contratto indissolubile, è divenuto dopo l’Incarnazione uno dei sette sacramenti della Legge evangelica […]. Ne segue che alla Chiesa sola, depositaria di tutto ciò che riguarda i sacramenti, compete ogni diritto e potere di determinare il valore di questo patto elevato all’altissima dignità di sacramento; e, di conseguenza, spetta solo alla Chiesa giudicare sulla validità o invalidità dei matrimoni» (Pio VI, Lettera Deessemus Nobis, 16 settembre 1788).

Nello stesso periodo, sempre Pio VI ricordava che anche il matrimonio fra non battezzati, benché non fosse un sacramento, non era semplicemente «un contratto meramente civile suscettibile di essere sciolto dall’autorità umana», «ma un contratto naturale istituito e ratificato dal diritto divino anteriormente a ogni società civile» (Pio VI, Lettera Litteris tuis, 11 luglio 1789).

Mano a mano che il processo di scristianizzazione della società procedeva, il Magistero rispondeva alla sfida argomentando sempre più in profondità le verità messe in discussione dalle ideologie, che ormai, nel corso del XIX secolo, avevano il favore degli Stati.

Ciò avvenne anche per matrimonio e famiglia. Si può ipotizzare, come fa Garcìa de Haro, che il Magistero si sia attardato a difendere anche posizioni soltanto storiche, accanto a verità permanenti e fondamentali, così come viene ricordato nell’istruzione Donum veritatis della Congregazione per la Dottrina della Fede (n. 24). 

Comunque è fuori di dubbio che una rivoluzione epocale non si svolge in pochi anni e le sue conseguenze possono essere comprese solo con il trascorrere del tempo. 

Abituata a un regime di collaborazione con l’autorità temporale, la Chiesa tentò con i Concordati, nel corso del XIX e del XX secolo, di ricucire situazioni di difficoltà e di lacerazione nelle diverse nazioni europee. Con gli occhi di chi osserva l’accaduto parecchi decenni dopo, poté parere arroccarsi su posizioni storiche, comunque destinate a scomparire. È un aspetto di un problema complesso, che riguarda le caratteristiche, soprattutto culturali, della risposta cattolica all’instaurarsi della modernità nel corso del XIX secolo.

Comunque, la Chiesa – con papa Leone XIII nella enciclica Arcanum divinae sapientiae del 10 febbraio 1880 – continuò a insegnare i fondamenti dell’istituto matrimoniale, ribadendo alcune verità, come la uguale dignità fra i coniugi, e anticipando quanto verrà particolarmente sottolineato dal Concilio Vaticano II, come il matrimonio sia la via principale della santificazione dei coniugi. La medesima preoccupazione di trasmettere e incitare alla pratica della verità sul matrimonio sta alla base dell’insegnamento dei papi del XX secolo, di Pio XI (1922-1939), con l’enciclica Casti connubi del 31 dicembre 1930, e del successore Pio XII (1939-1958), che tanti discorsi dedicherà al tema.

L’amore coniugale, che non era menzionato tra i fini del matrimonio nel Codice di Diritto canonico del 1917, già nella Casti connubii viene presentato come il principio formale e vivificante di tutto il matrimonio: «L’amore coniugale pervade i doveri tutti della vita coniugale e nel matrimonio cristiano tiene come il primato della nobiltà» (Casti connubii, n. 285).

Si anticipa così la Costituzione del Concilio Vaticano II Gaudium et spes e in modo particolare la grandissima produzione magisteriale che Papa Giovanni Paolo II ha dedicato all’amore umano. La grandezza dell’amore coniugale agli occhi di Dio, vera e propria strada che può condurre alla santità, viene riproposta già dal card. Karol Wojtyla, in un libro che ha conosciuto un’ampia e meritata fortuna editoriale. «Si ritorna, così, – commenta de Haro – alla dottrina classica dell’amore come forma del matrimonio, che si trova, per esempio, in san Tommaso».

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Ad maiorem Dei gloriam et socialem

Alleanza Cattolica in Ferrara


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