n. 15 – aprile 2018

20. Aprile 2018 IN HOC SIGNO 0

Cari amici,
ancora una volta vi proponiamo la lettura di un testo tratto da una conferenza del prof. Mauro Ronco, insigne giurista torinese, responsabile regionale di Alleanza Cattolica in Piemonte e presidente del Centro Studi Rosario Livatino.
Si tratta in questa occasione della prima parte della lezione inaugurale ad un anno di corsi della nostra Scuola di Educazione Civile tenuta a Ferrara ben vent’anni fa. Fu una lezione memorabile in tema di rappresentanza politica di cui però hanno potuto beneficiare soltanto i presenti, quel 24 ottobre 1997, visto che finora è rimasta inedita.
Riascoltandola e trovandola di grandissimo spessore e inalterata attualità, l’abbiamo “sbobinata” da una vecchia audiocassetta e ora ve ne proponiamo una prima parte – l’abbiamo divisa in varie “puntate” data la sua complessità e lunghezza – con pochissimi ritocchi sul testo e mantenendo lo stile parlato per mantenere la freschezza della conversazione.
Buona lettura!

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Avv. Prof. Mauro Ronco


La rappresentanza politica nella società tradizionale
e nella società democratica moderna


– prima parte –

 

Questa sera affronto un argomento piuttosto difficile. Devo confessare che soltanto con il tempo e negli ultimi anni ho capito quello di cui forse da molti anni andavo parlando; andavo parlando cioè del problema della rappresentanza e della democrazia senza per la verità averlo compreso a fondo. L’ho compreso meglio quando sono tornato, negli anni scorsi, a rileggermi i testi del giusnaturalismo fondamentale e del giusnaturalismo moderno, in particolare i testi di Hobbes e di Russeau. Il De Cive in modo particolare di Hobbes e il Contratto Sociale di Russeau. Testi che conoscevo in qualche misura dagli studi superiori, dagli studi universitari di Filosofia del diritto, ma che non avevo compreso appieno. Quando li ho riletti attentamente, cioè li ho studiati, recentemente, allora mi si sono fatte chiare tutte delle idee che germinavano per la verità dentro di me, ma che non avevo avuto la capacità di ben comprendere.
Allora ho capito meglio tutto il problema della rappresentanza politica nella società pre-rivoluzionaria – e mi riferisco in modo particolare alla rappresentanza politica nella società precedente alla Rivoluzione francese – e alla rappresentanza politica dopo la Rivoluzione Francese. Spesso si è affrontato questo argomento sotto l’aspetto della democrazia moderna e della democrazia invece tradizionale, il significato della democrazia, ma non è questo il profilo principale. Il profilo principale io credo che lo possiamo comprendere ben delineando il significato della rappresentanza politica; che cosa si vuol dire quando si parla di rappresentanza. Il termine rappresentanza, voi lo sapete, è un termine che viene usato in modo particolare nel Diritto Civile. C’è un rappresentante, ed è colui che ha il compito di parlare autorevolmente per conto di altri, quindi in nome e per conto o soltanto per conto, un rappresentante che è anche mandatario, mandatario con rappresentanza, mandatario senza rappresentanza… è una tematica di Diritto Civile, in definitiva, ma comunque il significato fondamentale è che il rappresentante è colui che in qualche misura parla per conto o in nome di altre persone.
Dobbiamo tenere ben chiaro questo concetto di rappresentanza perché è da questo concetto di rappresentanza, che è civilistico e deriva dall’antico diritto romano, che poi si è sviluppato il tema della rappresentanza politica.
Si può parlare propriamente di rappresentanza in tre sensi diversi, e la esatta concettualizzazione di questi tre diversi sensi è molto utile per coprire tutto l’arco delle possibilità della rappresentanza politica, perché tutti e tre sono legittimi, e una società civile è ben rappresentata a livello politico se tutti e tre i momenti della rappresentanza di cui tra poco parlerò sono esistenti.
Vediamo allora anzitutto questi tre sensi. Li enuncio prima brevemente con tre formule che possono apparire ostiche ma che poi cerchiamo di spiegare e poi li svilupperemo.
Il primo senso è la rappresentanza della società ad opera del potere politico. Cioè in un primo senso il potere politico rappresenta la società. Questo è il primo senso di rappresentanza. Lo dico in modo apodittico, lo potrei dire anche in modo deontico, cioè: in una società bene ordinata, occorre che il potere politico rappresenti la società.
Poi c’è un secondo senso: la rappresentanza della società di fronte al potere politico, cioè: in una società bene ordinata la società deve avere dei rappresentanti presso, di fronte al potere politico. Questo è un secondo aspetto di rappresentanza.
Poi vi è un terzo senso di rappresentanza, e lo possiamo dire anche qui in senso deontico oltre che in modo apodittico, cioè: la società deve potersi rappresentare all’interno, dentro il potere politico, e qui forse il termine più giusto sarebbe non rappresentanza ma presenza, la società deve cioè essere presente dentro al potere politico. Ed è il terzo momento della rappresentanza.
Se sono ben rispettati questi tre momenti della rappresentanza, io credo che vi sia un buon ordine, un buon rapporto tra la società e il potere politico, e dunque un buon rapporto tra il momento del pluralismo, della pluralità, della diversità, e il momento della unità, il momento del principio unitario che deve essere costitutivo di ogni società politica.
Diciamo che in una società bene ordinata questi tre aspetti devono essere presenti. Vedremo, e lo vedremo al termine di questa nostra conversazione, che nella società moderna, nella società contemporanea, nella società che viene dopo la Rivoluzione francese, che viene dopo il pensiero giusnaturalistico laicista, cioè dopo Hobbes e Russeau, e molti altri autori (Hobbes e Russeau sono due affabulatori gemelli che bisogna tenere ben presenti come due cardini del pensiero politico moderno) non è più così.
Dopo questi due autori e dopo la Rivoluzione francese che incarna soprattutto il pensiero di Russeau in istituzioni di carattere giuridico non vi è più – a mio avviso, e credo di dire le cose esattamente – nessun momento di rappresentanza rispettato; non vi è né il primo, né il secondo, che scompaiono completamente, mentre forse soltanto il terzo aspetto permane e viene in qualche modo sviluppato, ma in una maniera invasiva e disordinata.
Non che nella fase precedente alla Rivoluzione francese tutto fosse ben rispettato: basterebbe solo ricordare – qui faccio una considerazione di carattere storico – che per circa un secolo gli Stati generali in Francia non vengono convocati. Vengono convocati solo gli Stati provinciali, ma non gli Stati generali. Questo è il segno di una carenza pratica, concreta, di quel secondo momento della rappresentanza di cui parlavo prima, cioè della rappresentanza della società di fronte al potere politico. Quindi, storicamente, non che le cose precedenti al 1789 fossero ben ordinate: tutt’altro. Il problema è quello dell’ordinamento concettuale, dell’ordine concettuale, del modello, che era tutto sommato corretto e teneva conto di tutti e tre gli aspetti. Altra cosa poi è la realizzazione pratica, concreta, della attuazione delle istituzioni e della loro conformità rispetto al modello.
Con la Rivoluzione Francese, con il pensiero dei grandi autori giusnaturalisti, poi con le applicazioni giuridiche successive il modello è contrario e non esprime più nessun momento di rappresentanza. È quello che tutti quanti sentiamo dire da circa un secolo e mezzo, ma a partire dalla fine del secolo scorso in modo particolare: il paese reale è staccato dal paese legale. E tutti dicono – ma non lo diciamo oggi noi, lo dicevano già un secolo e mezzo fa – c’è separazione radicale tra il paese reale e il paese legale. È una constatazione che gli studiosi di politica e di sociologia fanno da un secolo e mezzo, cioè: quando le istituzioni liberali sono completate con il lungo sviluppo del liberalismo nel corso del secolo scorso, tutti si accorgono che vi è una radicale separazione tra il paese legale – cioè le istituzioni, cioè il potere politico – e il paese reale – cioè la società – e questo è un dato che viene espresso in termini per così dire sociologici, separazione tra potere reale e potere legale, tra società e potere legale, tra società reale e società legale, e che adesso cerchiamo di cogliere nel suo significato concettuale.

Primo aspetto della rappresentanza
Cominciamo con il primo aspetto, che è il più importante, e cioè la rappresentanza della società ad opera del potere politico. Cioè, qui è il momento della unità: attenzione, questo è un punto di fondamentale importanza: il potere politico rappresenta la società, cioè è il centro, la forma della società; l’autorità è il centro e la forma secondo il modo di esprimersi della dottrina sociale della Chiesa, l’autorità è la forma della società, è il motore e il fondamento della sua unità e della sua stabilità, della sua permanenza nel tempo anche storicamente intesa, quindi non soltanto in maniera statica ma anche in maniera dinamica, è la unità nella continuità, è il centro nella permanenza, è quindi il garante della permanenza della identità di un popolo e del cambiamento, del miglioramento, del progresso di un popolo. Questo è il momento fondamentale. Allora il potere deve rappresentare la società, e questo lo riconosciamo anche noi oggi, quando riconosciamo che in qualche modo il capo dello Stato rappresenta – lo dice anche la nostra Costituzione – la nazione. Che cosa vuol dire? Il potere politico rappresenta la società.
Nel rappresentare la società come suo centro e fondamento – e questo è l’aspetto che è totalmente carente, mentre invece è un aspetto fondamentale – il potere politico acquista intrinsecamente un ruolo simbolico come principio di stabilità e permanenza nel tempo. Che cosa voglio dire? Perché capita questo? Perché occorre domandarsi ultimamente di fronte a chi il potere politico rappresenta la società. Questa è la domanda. Il potere politico, lo diciamo tutti, lo dice anche la nostra Costituzione, il capo dello Stato rappresenta la Nazione, ma ci dobbiamo domandare: di fronte a chi ultimamente il potere rappresenta la società? È una domanda che è stata obliata, sono quelle domande censurate, per cui anche se la formula costituzionale dice: il potere politico, ad esempio il capo dello Stato, rappresenta la Nazione, anche se dice questo, si trascura il termine di riferimento della rappresentanza, non si dice di fronte a chi il capo dello Stato è il termine medio; un rappresentante è sempre un termine medio tra un rappresentato e una persona a cui va rappresentato il soggetto che non è in grado di rappresentarsi totalmente, per cui c’è qualche d’uno che deve rappresentarlo. Allora di fronte a chi, questa è la domanda censurata.
Rispondo: di fronte ad una istanza di giustizia, ad una legge di giustizia che è superiore rispetto alla legge dello Stato, cioè alla legge legale, cioè alla norma, cioè ad una istanza superiore di giustizia che è misura della legalità e della legittimità del potere stesso. Ultimamente per la verità il potere politico rappresenta la società di fronte a Dio, per essere chiari e fermi nella prospettazione della verità. Di fronte a Dio, che della giustizia è il supremo garante, che come Creatore dell’ordine naturale è l’autore della giustizia, per cui la giustizia va ricavata dalla verità delle cose così come sono state create da Dio. Allora il potere politico rappresenta la società di fronte all’istanza di giustizia e di fronte all’autore della realtà creata. Dunque il potere politico è il termine medio di rappresentanza della società di fronte alla giustizia, di fronte a Dio, di fronte ad una legge superiore. Se si nega che vi sia una legge superiore, una legge di carattere morale che è il criterio di misura della legge dello Stato, della legge giuridica, è chiaro che non vi è più questo termine ultimativo, e quindi non vi è più Dio che è garante della legge morale, autore e garante della legge morale.
Invece se tutti i termini vengono in qualche modo rispettati, cioè si tiene ben conto del vero significato della rappresentanza della società ad opera del potere politico, ci si rende conto anche di un’altra cosa fondamentale, che è esposta per esempio nelle lettere di San Paolo, secondo cui non c’è autorità che non venga da Dio, cioè allora, così come il potere politico rappresenta la società di fronte a Dio, così l’autorità politica in qualche modo rappresenta Dio di fronte alla società; e quindi vi è un ruolo duplice, che è espresso simbolicamente peraltro in tutte le tradizioni religiose, in tutte le tradizioni civili, o meglio in tutte le tradizioni civili come espressione di un fondamento di carattere religioso. Non c’è tradizione civile, se non le civitates che nascono dalla Rivoluzione francese, e successivamente alla Rivoluzione francese, non c’è tradizione, non c’è realtà civile che non abbia questo duplice rapporto, nella quale l’autorità politica non sia al contempo rappresentante del popolo di fronte a Dio e rappresentante di Dio di fronte al popolo e che non abbia un valore simbolico, che non abbia una valenza simbolica. Questo lo vediamo in tutte le tradizioni.
Ma d’altra parte, anche nelle città, cioè nelle civiltà post-rivoluzionarie in definitiva una funzione surrettizia di rappresentanza la autorità politica la assume, e fino ad oggi l’ha assunta per esempio come rappresentanza delle ideologie. Surrettiziamente nella realtà il potere politico ha finito di rappresentare di fronte alla società, di fronte al popolo, la ideologia del partito dominante, e questo si è verificato in modo chiarissimo, in modo particolare, nella ideologia comunista ed anche per esempio in quella nazionalsocialista in cui effettivamente la autorità politica si è rivestita di una valenza di carattere mitico, cioè rappresentativa di una qualche ideologia come, diciamo così, garante di una verità, di una giustizia, di un escatologismo, di una escatologia di fronte alla società, di fronte al popolo. Non si tratta di rapporti corretti, si tratta di rapporti profondamente scorretti, perché in realtà il vero termine di fronte a cui il potere politico si pone come rappresentante è Dio, e il vero termine a quo da cui proviene la fonte della legittimità che il potere politico rappresenta è Dio.
Nella dottrina politica e sociale cristiana vi è un profilo naturale e un profilo più che naturale; e non bisogna dimenticare anche questo aspetto, perché molto spesso si fa della dottrina sociale cristiana una buona esposizione, ma in termini soltanto naturali, e tutto un profilo invece di dottrina sociale e politica cristiana che ha un fondamento proprio in Dio e nella legge morale, e che non può assolutamente essere trascurata, perché la dottrina sociale della Chiesa senza questo fondamento è monca, è insufficiente; non sarebbe vera, non è vera dottrina sociale cristiana.
Il potere politico è intrinsecamente necessario alla società come suo principio di unità e di stabilità. L’autorità è la forma della società. Ma l’autorità non è sciolta nel suo potere di rappresentanza; cioè non può rappresentare quello che vuole; non può rappresentare i bisogni, le aspirazioni, eccetera, senza che questi siano misurati da un criterio superiore di valore, perché la misura della sua rappresentanza è definita dalla legge naturale di Dio, e per questa via rappresenta di fronte al popolo l’istanza di verità e di giustizia che viene da Dio. Se noi facciamo uno studio comparato delle varie civiltà precristiane e anche postcristiane ma in ambito diciamo così non di civiltà cristiana ma fuori dal punto di vista temporale della tradizione cristiana, in tutte le tradizioni civili vi è proprio questa centralità del potere politico come principio di unità, di rappresentanza del popolo, ma al contempo di rappresentanza di Dio di fronte al popolo, o di un valore sacro, di una sacertà quale che sia, ma comunque di una sacertà di fronte al popolo; questa è la vera garanzia dell’unità e dell’identità di un determinato popolo.
Tutto questo non è cambiato radicalmente dall’avvento del cristianesimo; o meglio, c’è un cambiamento radicale con l’avvento del cristianesimo ma c’è anche una continuità. La novità radicale apportata dal cristianesimo non è che è venuto meno Dio come fondamento dell’ordine civile, è che è venuta meno la divisione diciamo così per razze e per Dei etnarchi. Cioè precedentemente al cristianesimo e poi nelle società civili che sono rimaste separate dal cristianesimo, ciascuna civiltà ha il suo Dio etnarca, il suo Dio nazionale, il Dio della stirpe; ciascuna nazione ha il suo Dio, cioè ha il proprio referente di carattere sacro, diverso dagli altri, in contrapposizione radicale con quello degli altri popoli. La novità radicale del cristianesimo non è che viene meno il fondamento di Dio ma è che Dio è universale, e fonda allora per la prima volta realmente l’unità del genere umano. La grande idea imperiale, che Dante Alighieri per esempio ha espresso meravigliosamente nel De Monarchia è proprio questa, cioè l’unità, l’universalità di tutto il genere umano, l’unità di tutto l’ecumene umano, perché uno solo è Dio. Non più divisione in popoli in termini di Dei etnarchi che dividono i popoli a scompartimenti stagni gli uni dagli altri e in opposizione gli uni con gli altri, ma unità del genere umano sotto la sovranità di Dio rappresentato sul piano civile dall’imperatore, che trova il fondamento del suo potere proprio in quella legge di giustizia che è la legge di Dio.
Una novità radicale dunque con il cristianesimo è venuta, perché si è spezzata la separazione in etnìe, ma non è venuta meno affatto la fondazione di carattere sacro: nulla auctoritas nisi a Deo. Non c’è alcuna autorità che non venga da Dio. E questo è il primo aspetto di rappresentanza. Se dimentichiamo questo aspetto di rappresentanza, nei due momenti, attenzione, perché noi adesso nella nostra esperienza degli ultimi cinquant’anni abbiamo dimenticato non soltanto il momento della fondazione diciamo così sacra, il fondamento sacro; non solo abbiamo dimenticato questo; abbiamo dimenticato anche l’altro aspetto, cioè che il potere politico rappresenta effettivamente la società; abbiamo dimenticato il principio di unità; principio di unità che è assolutamente essenziale e fondamentale, cioè: l’autorità è la forma della società. Sì, è un servizio, moralmente parlando e cristianamente parlando, ma è il principio di unità di una società. abbiamo dimenticato questo principio di unità e difatti la nostra società si è disgregata attraverso tutti i rivoli più divergenti quasi che il rispetto del momento unitario non fosse essenziale e fondamentale.

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Cari amici, con l’occasione vi anticipiamo la data e il tema del prossimo incontro ferrarese al quale vi invitiamo a partecipare: venerdì 27 aprile a Casa Bovelli (via Montebello 8) alle ore 21 si terrà la conferenza «IL MOVIMENTO 5 STELLE. Un partito nuovo o l’espressione politica del relativismo?». Relatore Renato Cirelli.
Ad maiorem Dei gloriam et socialem

Alleanza Cattolica in Ferrara

 


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