n. 17 – giugno 2018

20. Giugno 2018 IN HOC SIGNO 0

Cari amici,
i due mesi scorsi vi abbiamo proposto la lettura della prima e della seconda parte della lezione tenuta a Ferrara dall’avv. prof. Mauro Ronco ben vent’anni fa nella quale viene affrontato il complesso tema della rappresentanza politica nei suoi tre aspetti principali:
– il primo riguardante la funzione della rappresentanza della classe politica come momento di unità di un popolo, sostanzialmente di fronte a Dio;
– il secondo aspetto che tratta della rappresentanza del popolo di fronte al potere;
– infine un terzo aspetto (la parte che vi proponiamo oggi) , la rappresentanza delle articolazioni sociali all’interno del governo stesso.
Come di consueto, trattandosi della trascrizione di una lezione tenuta “a braccio”, abbiamo rispettato lo stile parlato per mantenere la freschezza della conversazione.
Buona lettura!


* * *

Avv. Prof. Mauro Ronco


La rappresentanza politica nella società tradizionale
e nella società democratica moderna


– terza parte –


Terzo aspetto della rappresentanza
Vi è poi un terzo aspetto della rappresentanza, e anche questo è da tenere in considerazione: la rappresentanza della società all’interno del potere politico. Secondo un orientamento che mi pare più conforme al diritto naturale e cristiano e alle esigenze tipiche del diritto naturale e cristiano, vi sono due modalità attraverso cui si realizza la rappresentanza della società all’interno del potere politico, come soggetto attivo di governo.
Finora abbiamo parlato, come voi avete ben visto, di rappresentanza senza che il rappresentante della società abbia potere attivo, perché in un caso è il governo che rappresenta la società, e nell’altro caso è la società che si rappresenta di fronte al potere politico, con compiti di controllo e di consulenza — soprattutto in materia fiscale, per esempio — ma non lo vediamo mai nel momento di partecipazione al governo attivo. Ora, in una condizione direi ideale, secondo un modello che possa essere conforme ai valori e ai princìpi anche di uguaglianza, tendenziale uguaglianza, cioè di uguale dignità di tutti gli uomini tra loro, è anche importante un terzo momento, cioè che vi sia una rappresentanza della società dentro al governo, cioè che la società possa in qualche modo partecipare anche al governo.
Secondo quello che paiono gli orientamenti migliori, anche se questa è una tematica per la verità non definita, ci sono come dicevo due modalità attraverso cui deve avvenire opportunamente questa partecipazione al governo.
Il primo modo è un vero rispetto del principio di sussidiarietà. Qui in realtà dovremmo partire dalla critica del concetto di sovranità moderna. Il vero rispetto del principio di sussidiarietà prevede che la separazione tra potere politico e popolo, se da un punto di vista simbolico è valida, da un punto di vista di concretezza storica non è corretta, non è radicale, perché non abbiamo una separazione tra la sovranità e i sudditi, ma abbiamo modi e livelli diversi di esercitare il potere politico.
La società e composta da corpi organicamente costituiti, non separati, c’è distinzione ma non separazione tra chi “comanda” e chi “obbedisce”; la società è composta da corpi organicamente costituiti ed è capace di governarsi e di governare gli interessi che concernono le aspirazioni al vivere — e al recte vivere — dei corpi che li compongono. Quindi ogni corpus deve avere una capacità di autogoverno e di governo degli interessi che la riguardano, e in questo modo il potere politico non è il potere che condiziona tutti i settori della attività sociale, come è capitato e come capita nella società contemporanea, in cui è il potere politico che gestisce, o direttamente o attraverso il condizionamento di carattere finanziario percependo le imposte, tutti gli interessi sociali. Eh no! Fin dove possibile i corpi sociali gestiscano i loro interessi, li governino con efficacia, erga omnes, verso tutti quelli che fanno parte, che partecipano di quegli interessi.
Ad esempio non è il potere politico che determina il prezzo di determinati prodotti, ma è se mai la corporazione che li determina sulla base di quelli che sono gli interessi degli associati. Certo, vi possono essere poi delle limitazioni eccessive, dei corporativismi eccessivi che provocano rallentamenti negli sviluppi eccetera, certamente, ma comunque vi è un autogoverno delle categorie, a partire dalle famiglie, le quali famiglie devono essere in grado di gestire l’interesse relativo alla cura, all’educazione, alla formazione del proprio corpus, e così salendo, municipi, province, corporazioni di carattere economico eccetera.
Questo è già un modo di partecipare al governo da parte della società. Non tutti gli interessi sono devoluti alla cura del potere sovrano, ma soltanto gli interessi che non possono non essergli devoluti a causa della loro rilevanza comune per tutta la società nel suo insieme. In definitiva, i due grandi settori di pertinenza del potere sovrano sono l’esercizio della giustizia interna e la tutela esterna, e dal punto di vista finanziario ed economico la fiscalità necessaria per curare queste due funzioni; tutte le altre funzioni possono essere svolte, tendenzialmente, dai corpi intermedi, appunto secondo il principio di sussidiarietà. Questo è il modo con cui si partecipa al governo: non pretendendo di gestire il tutto da parte di tutti, ma ciascuno gestendo il proprio, e governando il proprio; ma il proprio erga omnes, con proprie istituzioni rappresentative, cioè con democrazia in ciascuna arte e mestiere, in ciascuna attività professionale, in ciascuna attività imprenditoriale, e via di questo passo, in ciascun municipio eccetera.
Non si comprende perché la legge elettorale per quanto riguarda la vita comunale debba essere identica alla legge che concerne la rappresentanza nazionale. È chiaro che più sono piccoli i corpi da governarsi e più deve affermarsi il principio della elezione democratica da parte di tutti. E quindi un consiglio comunale sarà eletto da tutti i membri del comune, da tutti i capifamiglia, quantomeno, indipendentemente dal loro censo.
Questo è il primo modo della società di governare, di rappresentarsi nel potere, dentro il potere. Il secondo modo è quello che potremmo definire, con sociologi moderni, quello della circolazione delle élites, attraverso la progressiva acquisizione delle capacità e competenze che si formano nella società al servizio dello Stato.
Così la formazione della nobiltà. Le nobiltà si sono formate proprio con l’acquisizione di competenze che si sono sviluppate all’interno delle attività sociali, varie, le più diverse, a partire da quella militare che era la più onerosa perché lì comportava il versamento del sangue; i figli dei nobili o comunque quelli che combattevano si giocavano la vita a vent’anni, venticinque, e quindi se scampavano potevano essere in qualche modo immessi anch’essi nel governo, e quindi la formazione della nobiltà avviene attraverso il versamento del sangue che nelle famiglie viene copiosamente donato a favore dell’autorità, dell’identità del proprio popolo. E poi via via attraverso il nobilitarsi delle professioni. Quando ci si nobilita si viene chiamati a partecipare al governo da parte dell’autorità centrale.
Ecco dunque, questi sono i due modi fondamentali attraverso cui la società partecipa al governo. Uno è quello della circolazione delle élites, l’altro è quello di rispettare realmente il principio di sussidiarietà, cioè ciascuno governa la propria istituzione, realmente, con istituzioni rappresentative, all’interno proprio del singolo corpus.
Vi sono poi modalità già più discutibili a mio parere di rappresentanza della società nel governo, già più discutibili per la verità perché sono modalità che portano alla confusione tra il momento dell’unità e il momento della rappresentanza. Sono le modalità di democrazia per così dire parlamentare, che ingenerano confusione tra i modi e le competenze e perché conducono quasi inevitabilmente a non tener fermi né i diritti dell’autorità né i diritti della molteplicità dei corpi sociali.
È la modalità secondo la quale le istituzioni rappresentative esercitano in quanto tali funzioni di governo; vi sono varie possibili gradazioni di poteri riconoscibili in capo alle istituzioni rappresentative: poteri meramente consultivi, poteri di controllo, e va bene, una fiducia al governo per esempio, data da un parlamento, è un potere di controllo, preventivo e successivo; parlamento che dà la fiducia e però governo che opera, che ha un suo potere di unità, cioè realizza e sviluppa il momento della unità.
Oppure potere di governo attivo, fino a fare del governo il comitato esecutivo del parlamento; situazione in cui per esempio si è trovata l’Italia in modo molto preciso fino a tutta la prima repubblica, quando il governo era il comitato esecutivo delle forze parlamentari, più ancora dei partiti; cioè quindi veniva meno completamente dal punto di vista istituzionale il momento della unità, nel modo più totale. Quindi questi momenti diciamo di governo diretto dell’istituzione rappresentativa tendono a creare estrema confusione e ad indebolire il principio di autorità oltre che il principio di rappresentanza, perché in realtà chi governa non rappresenta nessuno, dal punto di vista di interessi particolari.
È quello che capita attraverso la concertazione sindacale: il sindacato ha un compito di rappresentare gli interessi dei propri associati, che sono interessi particolari, ma non quello di essere associato al governo; se governasse insieme dovrebbe occuparsi dell’interesse di carattere generale, e invece deve rappresentare, sostenere, favorire, alimentare, razionalizzare gli interessi dei propri associati, non governare insieme; comunque questi sono problemi già più concreti di carattere giuridico che adesso non possiamo sviluppare approfonditamente.
A me preme invece tener conto del modello nei tre momenti rappresentativi che ho descritto, perché questo modello non ha fatto in tempo certamente sul piano storico a realizzarsi dopo gli albori medioevali. Nel milleduecento, nel milletrecento vi sono tante realtà, perché il medioevo è ricco di realtà, è il momento della varietà, della differenziazione, quindi vi sono tante realtà che occorrerebbe studiare ad una ad una partitamente.
Nonostante questo, certamente il modello completo nei tre momenti della rappresentanza non si è sviluppato in modo adeguato. Storicamente non ne abbiamo degli esempi completi, lunghi, anche se vi sono delle realtà per la verità che potrebbero essere studiate, ma a me preme adesso mettere in evidenza che questo modello che pure storicamente in epoca medioevale ha cominciato ad affermarsi ed ha avuto anche delle epoche gloriose in questa o quell’altra parte dell’Europa e della civiltà cristiana, questo modello non ha potuto svilupparsi appieno perché è stato aggredito alle fondamenta, attraverso la radicale negazione del principio che rende compatibile tra loro libertà e autorità, molteplicità ed unità, che fonda il loro rapporto articolato ed armonico; e cioè attraverso l’aggressione contro il principio della naturale ed intrinseca socialità dell’uomo.
Attenzione, perché tutto ciò che stiamo dicendo, questo principio, questi aspetti della rappresentanza, intanto possono sussistere armonicamente tra loro, in quanto si dia per ammissibile che l’uomo sia un essere naturalmente sociale, quindi che possa collaborare insieme con gli altri uomini per un bene che sia comune a tutti. Se si nega questa possibilità, allora la tematica della rappresentanza nelle modalità che abbiamo precedentemente visto crolla completamente, non può neanche essere prospettata.
Questo principio della naturale ed intrinseca socialità dell’uomo è stato negato dall’individualismo laicistico e dal giusnaturalismo moderno, sin dai suoi albori, in modo radicale, e poi la storia filosofica e giuridica susseguente non è stata che un’applicazione di questo giusnaturalismo individualistico. Dopo la proclamazione filosofica dell’individualismo e del giusnaturalismo e la loro penetrazione nelle istituzioni giuridiche, più non è stato possibile servire le istituzioni e amare la patria, e al contempo amare la propria libertà e la libertà dei corpi separati, dei corpi individuali, per così dire: o si ama la patria oppure si ama il proprio particulare, quella separazione tra pubblico e privato che è una delle tragedie dell’epoca moderna, ma è tragedia proprio perché viene meno proprio il principio che rende compatibile la libertà e l’autorità, l’unità e la pluralità.

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Cari amici, chi fosse interessato alle prime due parti della lezione del prof. Ronco sulla rappresentanza politica – così come si fosse perso i precedenti invii di questa rubrica mensile e li volesse ricevere – non ha che da segnalarcelo.
Ad maiorem Dei gloriam et socialem

Alleanza Cattolica in Ferrara

 

 


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