n. 113 — giugno 2026
Cari amici,
con questo numero di IN HOC SIGNO vi proponiamo un nostro documento — preparato sulla base delle riflessioni del Capitolo Nazionale — sul problema ancora non risolto dopo oltre sessant’anni della corretta interpretazione del Concilio Vaticano II.
Il titolo, “Dopo sessant’anni una parola definitiva sul Concilio Vaticano II?”, riflette l’auspicio — corroborato dall’iniziativa di Papa Leone XIV di trattare il tema nelle catechesi del mercoledì — che nella Chiesa si faccia chiarezza distinguendo finalmente tra il “Concilio dei documenti” e quello di un preteso “spirito post-conciliare”.
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Dopo sessant’anni una parola definitiva sul Concilio Vaticano II?
Massimo Martinucci, 28 marzo 2026
In occasione del suo 95esimo compleanno, nel febbraio 2026, il Cardinale Camillo Ruini ha concesso un’intervista al Corriere della Sera. Ha risposto a molte domande con estrema lucidità e, in merito al Concilio Vaticano II (1962-1965) ha affermato che da giovane ne era entusiasta ma poi: «quando si aprì la crisi che è arrivata a mettere in discussione i dogmi della fede cattolica, ho reagito immediatamente, opponendomi con forza». Poi ha aggiunto: «Non bisogna confondere il Concilio e il dopo-Concilio».
Ecco, di questo si tratta: non confondere il Concilio — nella sua reale portata, nei suoi documenti, nella sua corretta interpretazione — con il dopo-Concilio, cioè il preteso “spirito del Concilio” che non tenendo conto della sua “lettera” ha voluto fornirne un’interpretazione arbitraria.
Papa Leone XIV, dopo aver concluso le udienze del mercoledì già programmate sotto il precedente pontificato di papa Francesco, ha disposto di trattare in un ciclo di catechesi — dall’inizio di quest’anno 2026 e a conclusione dell’Anno giubilare — proprio il Concilio Vaticano II, documento per documento. «Ho scelto questo tema, come sapete – i documenti e l’esperienza del Concilio –, per le udienze pubbliche di quest’anno. E questo cammino è un processo di vita, di conversione, di rinnovamento di tutta la Chiesa». Parole che riprendono quello che disse san Giovanni Paolo II al termine del Giubileo del 2000: «Sento più che mai il dovere di additare il Concilio come la grande grazia di cui la Chiesa ha beneficiato nel secolo Ventesimo» e poi Benedetto XVI nell’aprile 2005 dopo la sua elezione a papa: «I documenti conciliari non hanno perso di attualità; i loro insegnamenti si rivelano particolarmente pertinenti in rapporto alle nuove istanze della Chiesa e della presente società globalizzata».
Alla fine di quello stesso anno 2005 Papa Benedetto XVI ha pronunciato quella espressione che poi è stata ripresa mille volte perché molto esplicativa del suo pensiero. Ha parlato cioè di «“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa» indicando questo atteggiamento come l’unica interpretazione possibile dell’evento costituito dal Concilio Ecumenico Vaticano II.
Nel suo giudizio l’alternativa (sbagliata) a questo giusto atteggiamento può essere costituita unicamente da una «ermeneutica della discontinuità e della rottura». Ha messo cioè in contrapposizione queste due interpretazioni alternative: da una parte quella che parla di continuità della dottrina della Chiesa e dall’altra quella che vede una discontinuità.
Secondo questo schema di papa Ratzinger — che è un giudizio sulla interpretazione del Concilio Vaticano II ma più in generale è un giudizio sul Magistero dell’ultimo secolo — è fuorviante basarsi sulla contrapposizione tra tradizionalisti e progressisti: non è questo il giusto criterio per capire. La vera contrapposizione è invece quella tra “continuisti” e “discontinuisti”, dove per “continuisti” intendiamo coloro che correttamente vedono la Chiesa che si rinnova, che si riforma, ma senza cambiamenti di dottrina. I “discontinuisti” sono invece sia gli ultra-tradizionalisti sia i progressisti. Entrambi ritengono che ci sia stato un cambiamento, una rottura con la dottrina insegnata da tempo immemorabile dalla Chiesa cattolica. Qual è la differenza? È che i progressisti plaudono a questo cambiamento mentre gli altri ne sono contrari!
Ecco le parole precise di Papa Ratzinger: «Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile? Ebbene, tutto dipende dalla giusta interpretazione del Concilio o – come diremmo oggi – dalla sua giusta ermeneutica, dalla giusta chiave di lettura e di applicazione. I problemi della recezione sono nati dal fatto che due ermeneutiche contrarie si sono trovate a confronto e hanno litigato tra loro. L’una ha causato confusione, l’altra, silenziosamente ma sempre più visibilmente, ha portato frutti. Da una parte esiste un’interpretazione che vorrei chiamare “ermeneutica della discontinuità e della rottura”; essa non di rado si è potuta avvalere della simpatia dei mass-media, e anche di una parte della teologia moderna. Dall’altra parte c’è l’“ermeneutica della riforma”, del rinnovamento nella continuità dell’unico soggetto-Chiesa, che il Signore ci ha donato; è un soggetto che cresce nel tempo e si sviluppa, rimanendo però sempre lo stesso, unico soggetto del Popolo di Dio in cammino. L’ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare. Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l’unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito».
In quello stesso anno 2005 — riporto le parole del teologo don Pietro Cantoni, fratello di Giovanni, il fondatore di Alleanza Cattolica — era uscita un’importante opera di mons. Agostino Marchetto — Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Contrappunto per la sua storia — dove l’autore mostrava, con precisione storica e teologica, che la cosiddetta «scuola di Bologna» aveva costruito una storia dell’evento come se esso rappresentasse una rottura con il passato, l’inizio di qualcosa di radicalmente nuovo, diffondendo in tutto il mondo questa ermeneutica con straordinaria ampiezza di mezzi e formidabile sostegno massmediatico. Molti esponenti di questa scuola hanno accolto l’intervento del Papa come se fosse una pura ovvietà, qualcosa di assolutamente scontato, tentando così di introdursi — alla chetichella — nella linea del Pontefice.
«Ma a essi [cioè ai progressisti] — continua don Cantoni — si sono affiancati altri [e qui allude agli ultra tradizionalisti] che hanno accolto il pronunciamento del Papa come un invito alla discussione, al “dibattito”, inteso concretamente come l’autorizzazione di una critica dottrinale al Concilio che veniva di volta in volta, più o meno larvatamente, sospettato di essere “eretico” o “eretizzante”».
Mons. Marchetto nel 2012 in un suo secondo libro dal titolo significativo Il Concilio Ecumenico Vaticano II. Per una sua corretta ermeneutica, ha mostrato le ambiguità di entrambe queste posizioni, accogliendo l’analisi di papa Benedetto. Ora, sappiamo che il tentativo dei progressisti è stato quello di «arruolare» Papa Francesco nelle loro fila, ma lui stesso li ha clamorosamente smentiti, indirizzando una lettera personalmente a mons. Marchetto in cui lo definisce «il miglior ermeneuta del Concilio Vaticano II». Si tratta di una presa di posizione molto importante certamente per la forma — una lettera ufficiale ad un vescovo che dieci anni dopo verrà creato Cardinale — e soprattutto per il contenuto, in cui Papa Francesco si dichiara in piena continuità con quella che è una scelta interpretativa del Concilio — ma in generale di tutto il Magistero — una scelta di carattere non puramente teologico, ma magisteriale e dottrinale.
Nella sua lettera papa Francesco, dopo averlo lodato e aver apprezzato il suo riferirsi alla Chiesa come “la Santa Madre Chiesa gerarchica”, conclude scrivendo:
«Una volta Le ho detto, caro Mons. Marchetto, e oggi desidero ripeterlo, che La considero il migliore ermeneuta del Concilio Vaticano II. So che è un dono di Dio, ma so anche che Ella lo ha fatto fruttificare. Le sono grato per tutto il bene che Lei ci fa con la sua testimonianza di amore alla Chiesa e chiedo al Signore che ne sia ricompensato abbondantemente. Le chiedo per favore che non si dimentichi di pregare per me. Che Gesù La benedica e la Vergine Santa La protegga. Vaticano, 7 ottobre 2013. Fraternamente, Francesco»
In questa linea di continuità si pone anche papa Leone XIV, il primo papa davvero post-conciliare. Pensiamo che ha da poco compiuto settant’anni (è nato nel 1955), quindi quando il Concilio si è concluso (nel 1965) aveva dieci anni.
Ecco perché ci possiamo chiedere se effettivamente, a distanza di più di sessant’anni e in presenza di questi indizi, sia finalmente possibile dire una parola definitiva sul Concilio Vaticano II.
A questo proposito scrive il giornalista Matteo Matzuzzi:
«Potrebbe, l’elezione di Leone XIV, aver chiuso per sempre la fin troppo lunga stagione postconciliare segnata da pianti infiniti, rabbie poco represse e ricostruzioni tra il fantasy e il thriller di quel che avvenne più mezzo secolo fa? Per sessant’anni vescovi, cardinali e Papi venivano catalogati tra i progressisti o i conservatori sulla base di schieramenti fotografati all’epoca di Giovanni XXIII. Una semplificazione che andava bene per i Suenens e i Siri, gli Ottaviani e gli Alfrink [cioè i cardinali che c’erano allora]. Ma che appare poco sensata se applicata a presuli che quando il Concilio fu chiuso da Paolo VI o frequentavano l’asilo o non erano neppure nati. Il Pontefice regnante, dopotutto, ha appena compiuto settant’anni. È il primo Papa davvero post conciliare».
Che importanza può avere oggi dire una parola conclusiva e definitiva sul modo corretto di leggere il Concilio? È importante per il semplice fatto che, a dispetto di tutti i pronunciamenti della Chiesa e dei papi in tutti quanti questi sessant’anni, c’è ancora qualcuno che accredita una versione che la Chiesa non ha mai accettato. Parlo dello storico Alberto Melloni, che in un suo intervento del dicembre 2025 insiste affermando che la stagione del post-concilio è ancora aperta.
Alberto Melloni non è “quidam de populo”: è l’attuale segretario della Scuola di Bologna, fondata da Giuseppe Dossetti (1913-1996), continuata da Giuseppe Alberigo (1926-2007), quella che ha “egemonizzato” l’interpretazione del Concilio — ma bisogna ammettere che è stata l’unica a studiarlo veramente — e però ne ha dato una interpretazione ideologica, nell’ottica della discontinuità denunciata come errata da Papa Ratzinger.
Ebbene, citando Benedetto XVI, Melloni lo chiama «l’antico teologo di Frings» che «contrapponeva due ermeneutiche teologiche del concilio (discontinuità + rottura contro continuità + riforma) che la rozzezza di una propaganda latamente anti-conciliare ha ridotto a una volgare dicotomia storiografica che se non dice continuità/discontinuità di cosa, da cosa e da quando, è melma ideologica utile solo ai sitarelli che sputano via web scomuniche e beatificazioni di nessun valore, ma che nella moltiplicazione social sembrano tendenze».
Melloni evidentemente trascura il fatto che Benedetto XVI è stato chiarissimo e ha spiegato molto bene “continuità/discontinuità di cosa, da cosa e da quando”, per cui chiamare “melma ideologica” la sua analisi è davvero offensivo. Papa Benedetto nel discorso del 22 dicembre 2005 intendeva ricordare la continuità delle riforme conciliari con tutta la Tradizione della Chiesa, e condannava la discontinuità sia di chi ritiene il Concilio l’inizio di una “nuova Chiesa”, una sorta di rivoluzione, sia di chi intende il Concilio come la causa dei mali contemporanei della Chiesa perché avrebbe rinnegato la “Chiesa di sempre”.
Questa è la posizione definitiva della Chiesa e ovviamente è la posizione anche di Alleanza Cattolica. Ne vogliamo prendere atto perché nella Chiesa si chiuda definitivamente la questione?
Ad maiorem Dei gloriam et socialem
Alleanza Cattolica in Ferrara